Ogni mattina esce di casa prestissimo con la precisa volontà di arrivare a lavoro a accompagnato dal silenzio e dalla quiete di quell’ora speciale del giorno.

Lo fa con una convinzione matura:

“Negli anni ho imparato che l’equilibrio, specialmente quando si fa un mestiere complesso, va protetto e custodito quotidianamente e ricavarsi momenti di calma per me è fondamentale”.

Il professor Giovanni Beltrami è il responsabile di Ortopedia e traumatologia pediatrica del Meyer, con una specializzazione appassionata in ortopedia oncologica.
Questo vuol dire che ogni giorno incontra ed assiste soprattutto bambini con situazioni cliniche molto complesse:

“Ci troviamo quotidianamente a confronto con bambini e genitori che in quel momento hanno bisogno di tutto, dall’assistenza al conforto: per questo è fondamentale porsi in relazione con loro con determinazione e grande umanità, senza scoraggiarsi, diventando sempre più capaci di prendersi cura anche delle complicanze”, racconta.

La sua settimana si divide tra la sala operatoria (dove conduce interventi anche molto complicati, mettendo a punto ed impiantando protesi sempre più personalizzate), le consulenze ortopediche nei reparti e le visite negli ambulatori.

“Nello specifico dell’ortopedia oncologica, la complessità dei casi rende fondamentale il confronto multidisciplinare continuo tra colleghi, ed è un aspetto del mio lavoro che amo molto”.

Come guida del reparto, crede molto nella valorizzazione delle diversità di ognuno, per fare in modo che chi riesce bene in qualcosa possa occuparsene e diventarne responsabile:

“Così, tutti insieme, possiamo costruire un gruppo sempre più capace di dare risposta a tutte le esigenze ortopediche dei piccoli pazienti”.

Ci pensa un attimo:

“Mi ritengo molto fortunato, perché lavoro tra giovani: con loro cerco di fare quello che a suo tempo è stato fatto con me, che sono stato motivato e accompagnato nel mio percorso di crescita professionale dai miei maestri”.

Quando racconta le sue fortune – questo dottore che per ricaricarsi ha bisogno di orizzonti e panorami – nomina subito la sua famiglia e gli amici.
Lo fa con grande amore e riconoscenza negli occhi, e deve essere lo stesso binomio che li rende lucidi quando racconta di certi momenti del suo lavoro.
Come uno vissuto da poco, quando ha raggiunto Abu Dhabi, con una missione ministeriale della quale ha fatto parte anche il Meyer, per operare alcuni bambini di Gaza vittime del conflitto:

“Lì mi è successa una cosa molto emozionante. Ho trovato il coraggio di guardare il bambino che avevo davanti negli occhi, e lui mi ha portato lontano”.

Sono stati giorni emotivamente molto intensi, perché il nostro dottore si è trovato a curare bambini e ragazzi colpiti dalle bombe, alcuni feriti in modo irreversibile agli arti. Prima e dopo, ha fatto lo stesso anche al Meyer, che in questi mesi ha accolto altri di questi bambini:

“La missione di un medico è quella di fare sempre il possibile per fare stare meglio chi abbiamo davanti, anche quando questo non ti fa dormire la notte, anche quando sai che purtroppo non potrà essere risolutivo”.

E poi una mamma, una volta, gli ha insegnato una cosa grande:

“Guardando il suo bambino, che a causa di un tumore rischiava di perdere l’uso delle braccia, dopo aver perso quello delle gambe, mi ha detto: è come se fosse anche suo figlio, possibile che non riesca a trovare una soluzione?”.

Quella volta ci è riuscito.

E da quel giorno, provando sempre a dare una risposta a questa difficilissima domanda, per lui tutti i bambini sono diventati quel bambino.

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